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Accoppiamenti
giudiziosi
Note sul lavoro di Donato Navone
di Angela Madesani
Quando Carlo Emilio Gadda, nel
1963, raccoglie diciannove racconti scritti in momenti diversi del suo
cammino, decide di dare alla raccolta il titolo Accoppiamenti
giudiziosi, perché parti disgiunte di uno stesso organismo di un
unico e lontano progetto. Così anche per le opere di Donato Navone
raccolte in questa prima mostra personale svizzera. Apparentamenti di
oggetti, colti nella loro unicità e così fissati nel tempo e nello
spazio.
Oggetti del quotidiano, del
suo quotidiano, oggetti di affezione, appoggiati sulla carta fotografica
con un procedimento che rimanda alle origini della fotografia, a Fox
Talbot, ma anche a Man Ray, a Christian Schad. I suoi fotogrammi sono la
registrazione di una traccia, essenza della fotografia stessa in chiave
analogica. Navone non compie un’operazione di matrice estetica alla
ricerca della bellezza dell’oggetto d’uso quotidiano. La sua é una
ricerca di matrice linguistica sulla fotografia, che oggi, in un momento
di svolta radicale, ha a maggior ragione, un senso. Della fotografia
Navone indaga i meccanismi, la luce, la grafia, la stampa, lui che é
raffinato stampatore di professione.
I suoi fotogrammi sono dosati
con una misura che é l’antitesi di quanto ci propone il digitale: uno
scatto dopo l’altro, senza tempo di riflessione. Qui é ancora il bene
dell’imprevedibilità dell’esito della fotografia. Non vi sono
postproduzioni informatiche. Navone non é un polveroso laudator
temporis acti, piuttosto un fotografo che riflette sul senso
dell’immagine e della riproduzione della stessa. Nel 2004, per esempio,
realizza un unico lavoro con una piccola bottiglia, un omaggio alle
piastrelle di Franco Vimercati, un artista le cui riflessioni sulla
fotografia hanno avuto un grande impatto su Navone, che più volte si è
confrontato con lui sui temi del linguaggio fotografico. “Gli attori
cambiano, ma la commedia è sempre la stessa”, amava ripetergli
l’artista, scomparso nel 2001, a proposito del suo lavoro. Così per
Navone, per il quale non é determinante la presenza di un oggetto
piuttosto che di un altro. Non si tratta di documentazione. Qui si va a
cercare di comprendere l’essenza dei fenomeni, in linea con le
Verifiche di Ugo Mulas.
La sua é una sorta di
ossessione, di volontà di andare al profondo delle cose: i mutamenti nel
suo lavoro sono piccole differenze, piccoli passi che a poco a poco
portano la sua ricerca verso nuove direzioni.
Da qualche anno Navone ha
preso ad elaborare gli oggetti, a bruciare le plastiche, a modificarle
prime di fotografarle. Si tratta di un mutamento importante di
atteggiamento. Navone non si limita più alla sola registrazione, va ben
oltre, cerca di intervenire sulla realtà per poi registrarla. Si é
scoperto appassionato all’aspetto della modifica. E in tal senso il
fenomenico perde la sua specificità per assumerne un’altra, non sempre
riconoscibile.
Certo con la modificazione
degli oggetti qualcosa é cambiato, ma il senso dell’operazione
fotografica rimane lo stesso. Sempre più viene a crearsi un rapporto
interpersonale con l’oggetto rappresentato, un dialogo intimo in cui é
possibile introdursi con attenzione e lentezza per non stravolgere
l’armonia del contesto.
Angela Madesani
settembre 2009
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