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LUIGI ERBA
DIALETTICA DEI LUOGHI
CAOS, PROGETTUALITA', MEMORIA, SEGNO
NELLA FOTOGRAFIA DI LUIGI ERBA
Roberto Mutti
Da molti anni Luigi Erba accosta all'attività di
critico fotografico e d'arte quella di fotografo: lo fa con un
atteggiamento serio e rigoroso, ma anche con qualche titubanza
perchè nel nostro Paese chi persegue questi due percorsi
paralleli viene visto con sospetto come se fosse proibito esercitare la
critica in certi momenti e sottoporsi ad essa in altri. Inutile dire
che all'estero le cose stanno in modo diverso se il fotografo americano
Roberto Adams è anche autore di un lucidissimo saggio sulla
bellezza, mentre il francese Gilles Mora è altrettanto noto come
fotografo e come curatore di mostre, per citare due soli casi. Non
è quindi stato facilissimo convincere Luigi Erba a pubblicare
alcuni lavori proprio nella rivista che da anni ospita, nella rubrica
"Flashback", i suoi saggi di storia della fotografia: quello che ha
prevalso è stato il suo desiderio di fare il punto sulla
fotografia di paesaggio in aperta e dichiarata polemica con la corrente
topografica che in questi ultimi anni si sta facendo sempre più
strada. "Le immagini di 'Ravenna-Comacchio 1996' sono state il primo
lavoro organico sui luoghi da me realizzato sulla linea di questa
polemica. Ho voluto evitare sia i topoi quasi obbligati e oggettivi- in
linea con una visione iniziata con lo storico 'Viaggio in Italia'-sia
la nuova oleografia dei 'non luoghi' dove, all'assoluta mancanza di
referente oggettivo, si contrappone la propria pura e assoluta
individualità".
Questa
è la ragione per cui Luigi Erba propone i suoi 'Luoghi diversi'
alla ricerca di "una linea di equilibrio fra le due tesi opposte che mi
consente di indagare il mondo e contemporaneamente me stesso e il mio
modo di fotografare". Già nel passato, con la ricerca dei segni,
il fotografo di Lecco aveva teorizzato un suo 'concettualismo lirico'
mentre dovendo indagare sui limiti metalinguistici del mezzo
fotografico aveva elaborato le 'Sequenze', i 'Concetti temporali' e
infine gli 'Interfotogrammi' e i 'Polifotogrammi', andando oltre la
singola fotografia delimitata dalla cornice interna alla pellicola.
Come allora, anche adesso la ricerca di nuovi confini della tecnica
è assolutamente funzionale alla necessità di un rinnovato
linguaggio espressivo. "La metodologia di lavoro è quella di
sovrapporre ad un rullino già impressionato in un luogo, le
immagini scattate in un altro luogo, magari scelto casualmente: la
stratificazione delle diverse immagini si determina quindi come memoria
che si sovrappone nel cervello". C'è molto da dire a proposito
della casualità perchè spesso qui prevalgono scelte
inconsce o, sarebbe meglio dire, determinate da sotterranee intuizioni:
quella che gli ha fatto vedere Ravenna e Comacchio sommerse come in un
bradisismo che ricorda la loro storia antica, quella che gli fa dire di
aver scoperto, dopo quello Ligure, il mare Adriatico e il suo orizzonte
ampio "che mi ha fatto capire il limite della verticalità delle
cose che mi hanno sempre circondato (culla, corte, cortile, montagne
sopra il tetto di casa, montagne che coronano la mia città,
gallerie del lago e lago stesso nato dallo scavare del ghiacciaio)
limitando in qualche modo la mia vista". Per quanto sia lo stesso
fotografo a stupirsi dei "risultati sorprendentemente omogenei"
ottenuti con questi accostamenti casuali, è evidente che le
varie fasi di lavorazione implicano sempre un tipo di intervento
caratterizzato da spinte intense quanto sotterranee. Sovrapporre alle
immagini di una città le riprese di un cielo o della superficie
dell'acqua significa, infatti, farsi guidare da un'idea in embrione che
di fronte al risultato finale- una lunga striscia di provini da
osservare con curiosità- obbliga poi a scelte drastiche
(perchè si scarta molto) ma anche a un'analisi puntuale delle
fotografie che assumono una complessità sorprendente.
"Perciò questi 'luoghi diversi' sono il risultato che non va
bene quasi a nessuno: non si inseriscono nella linea della descrizione
topografica e asettica del paesaggio, non documentano come
pretenderebbero gli assessori di turno, non soddisfano il gusto modesto
degli enti turistici, non intervengono nel problema
dell'artificiosità del paesaggio ma sono invece una 'sonda' che
penetra nell'interiorità della natura e, nella stessa misura, in
quella dell'uomo. Dopotutto un luogo è ciò che rende
privato l'infinito".
Roberto Mutti
da "IMMAGINI FOTOPRATICA" n.
323/ 2000
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